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Mi rispondi ‘ci sta’ ma non mi dici precisamente dove ci sta

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Quel terribile modo di parlare che si diffonde su internet e che fa della parodia del paninaro una schiera di persone tutte uguali, con piumino e smartphone.

Il paninaro

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Negli anni Ottanta chi seguiva Drive In ricorderà sicuramente il personaggio del Paninaro interpretato da Enzo Braschi e ispirato ai giovani che a Milano frequentavano gli ambienti delle paninoteche. Che cosa distingueva un paninaro da tutti gli altri? Il paninaro sfidava il freddo al caldo di un piumino Moncler e con in testa un cappellino in lana di marca, aveva le cuffie alle orecchie per ascoltare la musica dal suo walkman e parlava con un gergo fatto di parole ed espressioni adattati a significati nuovi.

Il fenomeno dei paninari ci parla del contesto culturale e sociale degli anni Ottanta. Così scriveva Michele Rizzi nel suo libro La pubblicità è una cosa seria nel 1987:

se è vero che dentro un Moncler possiamo scommettere che al 99% ci sia un paninaro, è altresì innegabile che questa è una definizione esclusivamente culturale, non socio-economica.

C'era una propensione ai consumi favorita da un accenno di benessere e dalla diffusione della pubblicità nelle TV commerciali. Le maggiori differenze sociali e ideologiche che fino alla fine degli anni Settanta contrapponevano i borghesi ai proletari erano in parte scolorite, perché di fatto la gente, con più soldi da spendere e più cose da desiderare, smetteva di credere a chi continuava a promettere una rivoluzione marxista che non avveniva mai e che mai poteva avvenire.

Mode e modi di dire

Il paninaro si vestiva di simboli e il piumino Moncler, i jeans col risvolto, le scarpe Timberland e le cuffie alle orecchie erano i segni della loro adesione e appartenenza al gruppo culturale dei giovani attenti ad esibire una certa capacità di spesa, anche se talvolta non corrispondeva a una sempre pronta disponibilità di denaro.

Il paninaro non solo si vestiva di simboli, ma parlava e si comportava ripetendo precise parole e gesti, per essere riconoscibile e per distinguersi da tutti gli altri, nella presunzione di essere tra i migliori perché forti della potenza del gruppo.

Remo Bodei scriveva così nel suo libro La vita delle cose:

Molti sono perciò portati a esibire e a consumare segni, a scegliersi icone di gusto che li distinguano dagli altri e che, nello stesso tempo, li rendano inquadrabili entro determinate categorie sociali.

Ci sta

I paninari di oggi non sono molto diversi da quelli di una volta. Anche oggi sono molto usati i piumini dai colori sgargianti, il cappellino che spesso è del tipo da baseball ed è indossato al contrario e le cuffie per la musica sono sostituite dagli auricolari e dallo smartphone.

Per il resto, ricorre l'uso di un gergo specifico, in parte rinnovato rispetto ad allora e aperto alle mille varianti dialettali.

Inoltre, i paninari degli anni Ottanta sono cresciuti e hanno continuato a parlare con i troppo giusto, con un casino al posto di molto, con i super, i top, figo, figata ecc.

Quelle parole sono entrate nell'uso corrente di molti soprattutto perché non ne sono mai uscite. Purtroppo.

Allora può capitare di trovarsi a ricevere come risposta un ci sta, che sta a significare una fredda e indifferente presa d'atto dell'opinione altrui.

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Io stavo seguendo in tv la puntata di Tv Talk, il programma di commento e analisi della TV in onda su Rai3, e commentavo la presenza tra gli ospiti di Alessandro Cattelan. Conosco televisivamente Cattelan più per aver prestato l'immagine alla pubblicità di Enel Energia che per i suoi show. Saranno in tanti a seguirlo in TV, ma a me non piace e non mi piace quel modo di fare giovanilistico che - appunto - lo avvicina agli ambienti dei nuovi paninari, che lo riconoscono come loro pari (è una mia opinione).

Cattelan ha intercettato il mio tweet e ha risposto.

Non ci sto dentro

Non è corretto pensare a questi modi dire confinati alla sola Milano. Con un esempio, possiamo vedere che a causa delle nuove forme di comunicazione, tra tutte internet e la TV, un modo di dire in uso prevalente tra i ragazzacci della periferia di Milano incontra i favori e la fortuna oltre la Lombardia.

La negazione del ci sta è il non ci sto dentro. Con una rapida ricerca tra i trend di Google, si vede che la diffusione della ricerca del termine non ci sto dentro è prevalente in molte regioni italiane oltre che in Lombardia. Il fenomeno è recentemente balzato in alto nella classifica delle ricerche in seguito a una puntata del programma Le iene, dove il rapper J-Az ripeteva quelle parole rivolgendosi al collega Fedez, a cui stavano giocando uno scherzaccio crudele che è finito bagnato dalle lacrime di Fedez.

Lo stesso Google suggerisce di continuare ad approfondire il significato di quel non ci sto dentro e propone la canzone dal titolo È Natale ma io non ci sto dentro, che gli Articolo 31 cantavano nel 1993, quando ancora J-Az era membro di quel gruppo.

Dopo 24 anni, i paninari di oggi continuano a dire non ci sto dentro.

La lingua di plastica

La dicitura lingua di plastica è stata introdotta da Ornella Castellani Pollidori nel 1995, per riferirsi a tutte quelle parole ed espressioni non propriamente corrette, inventate da non si sa chi e diffuse non si sa come, ma che nel tempo si stabilizzano nella lingua parlata e finiscono per penetrare nei vocabolari prestigiosi della lingua scritta.

Mai una gioia

Un altro triste esempio che vi propongo è l'odioso mai una gioia, talvolta scritto nella forma romanesca del mai 'na gioia.

Brevi ricerche su Google fanno risalire la diffusione dell'espressione agli internet meme condivisi sui social network più per noia che per interesse.

La diffusione del mai una gioia secondo Google è questa:

Su Facebook esiste addirittura una pagina dedicata che fa capo a un'agenzia di comunicazione. Non a caso.

Le espressioni nuove, che non sono nuove di loro ma ne è nuovo l'uso esteso a tutti, hanno bisogno per diffondersi di un pifferaio (ad esempio una tweestar seguitissima), una massa di topi storditi (ad esempio i tanti follower), un evento qualsiasi che ne giustifichi l'uso e il coinvolgimento che riescono a creare. Se l'espressione piace, sempre più persone lo ripeteranno, per mia famosa teoria del se non puoi essere il primo a fare una cosa, fa' - almeno - di non essere secondo a nessuno: se l'ha fatto lui, allora posso farlo anch'io (ne parlavo qui.

La lista

Sarebbe bello scrivere una lista di espressioni da non usare per evitare il degrado della lingua italiana e degli usi personali di ciascuno di noi, coperti e appiattiti dagli usi degli altri che come una maionese scadente fa anche del miglior panino uno scarto di lavorazione dell'industria del mobile.

Dettagli: Blog · 02/04/2017 · 123 view

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Sono Antonio Picco e mi piace commentare le dinamiche di Twitter e di Facebook, i discorsi impegnati, gli spot pubblicitari, libri, musica e la tv.
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