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Pubblicità Unicredit, avvilente per le donne

In uno spot di mezzo minuto sono condensati più messaggi, sia come immagini, sia come parole. La pubblicità che vediamo in questi giorni per l'aumento di capitale della banca Unicredit nella sua banalità e nello stile obsoleto e poco creativo, può nascondere altri significati.

All'inizio non si vede molto bene e non si capisce perché quella giovane donna si tolga scarpe e cappello per arrampicarsi sull'asta della bandiera: il tricolore non si spiega al vento perché in parte impigliata.
La bandiera simboleggia il Paese che attraversa un momento difficile e, nella metafora, azioni concrete come aderire all'offerta di Unicredit aiuta il Paese. Per arrampicarsi con più agilità, la donna si sfila le scarpe, che sono del tipo basse senza tacco, quindi nessun feticismo; si toglie anche il cappello, una cuffia in lana bianca, e lascia sciolti i capelli ricci. Si intuisce che è inverno e fa freddo, anzi tutta l'atmosfera è fredda e grigia nella penombra dei palazzoni in stile Financial District londinese. Niente scarpe, niente cappello ma lo zaino resta: perché?
La donna, con lo zaino sulle spalle, libera la bandiera e lo zaino non le pesa; chi la guarda da terra, invece, appoggia la ventiquattrore e applaude. Lo zaino potrebbe rappresentare il capitale che la donna porta alla banca per l'aumento di capitale, l'azione concreta da fare per aiutare la banca e quindi il Paese. Chi sta a terra guarda e batte le mani ma i loro capitali sono... a terra.

Un aspetto su cui vorrei soffermarmi è l'immagine che la donna avvinghiata al palo rimanda: la lap dance (o pole dance) , cioè quel ballo - esibizione di ballerine che si spogliano e danzano avvinghiate un palo; gli spettatori rimangono a guardare e apprezzano l'esibizione. L'immagine è un po' avvilente, non trovate?

Dettagli: 25/01/2012 · 1938 view

About me

Sono Antonio Picco. Ogni tanto pubblico qualcosa qui, non più tanto spesso, ma mai per caso. Lo faccio dal marzo del 2003.
Da allora, ho mantenuto lo stesso approccio al Web, nonostante gli effetti nocivi che la società ha riversato sulla Rete in modo entusiastico e incontrollato.
Pubblico delle narrazioni e non delle confessioni, come invece ci chiedono di fare i social network.
Scrivo soprattutto per commentare le dinamiche del Web e dei social network, i discorsi impegnati, gli spot pubblicitari e il desiderio obbligatorio di spettacolarizzazione dell'osceno che deve piacere anche a te, se già piace a tutti gli altri.