Le parole sono di tutti e le opinioni si condividono

Cerca per parola:  

Sei qui: Home > Lo dicevano nel 1988: nel futuro un'unica moneta per tutti

Lo dicevano nel 1988: nel futuro un'unica moneta per tutti

Perché nel 1988 l'Economist metteva in copertina una moneta unica mondiale chiamata Phoenix?
Entro 30 anni - prevedevano - Europa, Giappone e Usa avranno la stessa moneta senza rimpianti per il vecchio conio nazionale, causa delle crisi economiche del XX secolo. Europa, Giappone e Usa sono le tre superpotenze che siedono al tavolo della Commissione Trilaterale, l'associazione nata nel 1973 con David Rockefeller allo scopo di riunire e coinvolgere le migliori personalità per fronteggiare la situazione di crisi di quegli anni. Tra i membri della Trilaterale ci sono oggi Mario Monti (presidente del Consiglio), John Elkann (Fiat), Pier Francesco Guarguaglini (Finmeccanica) e altri.

L'articolo analizza le cause del crollo della Borsa del 1987 (Black Monday). A New York nel 1988 l'11% dei newyorkesi viveva sotto la soglia della povertà. Tra il 1983 e il 1985 il dollaro era passato in Italia dalle circa 1350 lire alle oltre 2000 lire. Gli stati che avevano debiti in dollari non potevano più pagare i loro debiti in dollari e rischiavano la bancarotta. Assieme al dollaro, le altre monete forti erano il marco tedesco e lo yen giapponese. In un solo giorno la Borsa di New York aveva perso oltre il 23% con ripercussioni in tutto il mondo.

La storia sembra ripetersi. Anche negli anni Settanta si parlava di new economy ed era quella che aveva sostituito il flusso di denaro allo scambio di beni reali; inevitabilmente, le politiche dei singoli stati influenzavano i tassi di cambio e viceversa.

Perché una moneta unica e mondiale? Nelle previsioni dell'Economist, la tecnologia e la diminuzione dei costi di trasporto avrebbero avvicinato di molto mercati fino ad allora lontani: lo stesso bene avrebbe avuto lo stesso prezzo nel mercato italiano come in quello Usa, ad esempio; allo stesso modo, anche il costo del lavoro sarebbe stato parificato e globale. Proprio l'Economist prevedeva che gli impiegati indiani avrebbero elaborato le buste paghe dei newyorkesi, cosa che oggi in qualche modo già succede: i laureati indiani sono in grado di offrire agli americani le stesse competenze dei laureati dei college ma a un minor costo e - attraverso internet - vengono evase le pratiche. Un'unica moneta mondiale in un mondo sempre più globalizzato avrebbe, infine, tenuto al riparo dalla fluttuazione del mercato dei cambi e favorito gli investimenti e lo sviluppo. Una moneta unica, però, avrebbe - secondo i timori dell'Economist - imposto vincoli alla sovranità dei singoli stati, cosa che oggi avviene nella zona euro: una moneta forte e mondiale sarebbe al riparo da inflazione e svalutazione, quindi per finanziare il debito di ciascun stato della zone Phoenix, ci sarebbe stato chi giudica i prestiti e i piani di finanziamento, cosa che oggi accade con le agenzie di rating.

Quindi, nel 1988 avevano previsto:

  • una moneta unica forte che non si svaluta;
  • un mercato globale con nuovi mercati (pensiamo alla Cina);
  • le agenzie di rating;
  • la limitazione della sovranità del singolo stato rispetto all'unione monetaria;
  • l'influenza dei mercati sulla politica e viceversa.

Non avevano, invece, pensato che sarebbe andata diversamente perché:

  • la moneta unica in Europa non ha portato sviluppo ma, anzi, c'é crisi;
  • il prezzo e il tenore di vita in ciascun stato dell'Unione è diverso;
  • con la moneta unica sono aumentati i prezzi al consumo ma non i guadagni, almeno in Italia;
  • la moneta unica non ha messo al riparo dai rischi del debito.

Leggi l'articolo dell'Economist del 9 gennaio 1988

Dettagli: 25/11/2011 · 2181 view

About me

Sono Antonio Picco. Ogni tanto pubblico qualcosa qui, non più tanto spesso, ma mai per caso. Lo faccio dal marzo del 2003.
Da allora, ho mantenuto lo stesso approccio al Web, nonostante gli effetti nocivi che la società ha riversato sulla Rete in modo entusiastico e incontrollato.
Scrivo soprattutto per commentare le dinamiche del Web e dei social network, i discorsi impegnati, gli spot pubblicitari e il desiderio obbligatorio di spettacolarizzazione dell'osceno che deve piacere anche a te, se già piace a tutti gli altri.