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Quarantenni con la sindrome del principe Carlo

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Già vent'anni fa avevo diagnosticato alla nostra generazione, allora di ventenni e oggi di quarantenni, la sindrome del principe Carlo. L'ho inventato io il nome di questa condizione che descrive molti di noi.

Noi come il principe Carlo

Il principe Carlo probabilmente non sarà mai re, perché la Regina - sua madre - è ancora in salute e perché, mentre il Principe invecchia, suo figlio William guadagna punti per scavalcare il padre e diventare re al posto suo.

Avevo ed ho la percezione che la nostra generazione sia costretta a saltare il turno, come forse il principe Carlo cederà il trono al figlio William e non sarà mai re.

La fine di un'epoca

Noi crescendo abbiamo visto la fine di un'epoca e ne siamo stati parte: gli ultimi a fare l'esame di maturità portando due materie all'orale, gli ultimi con l'obbligo del servizio di leva, gli ultimi con il vecchio ordinamento all'università, gli ultimi ad essere diventati maggiorenni senza il telefonino; abbiamo visto la caduta del Muro di Berlino, l'Europa unita e l'euro. Siamo arrivati ai vent'anni e il mondo via via cambiava; il mondo non era più così come ce lo avevano spiegato a scuola, mostrato in TV o raccontato a casa. Noi con i nostri vent'anni eravamo pronti ai blocchi di partenza dell'età adulta, in corsa per raggiungere i traguardi personali e sociali come avevano fatto prima di noi le generazioni precedenti. Poi è capitato qualcosa e forse non ce ne siamo accorti.

Mentre noi siamo stati tenuti fermi ai blocchi di partenza, la generazione successiva alla nostra veniva accelerata, dopata, sovrastimolata, facilitata. Loro ci hanno raggiunto ai blocchi di partenza e forse lo hanno fatto faticando meno rispetto a noi.

Lo smartphone e il web, per esempio, permettono una libertà senza limiti e senza regole. Noi abbiamo conosciuto lo smartphone e il web quando avevamo vent'anni e in quegli anni anche gli adolescenti hanno cominciato ad usarli, con conseguenze inimmaginabili. Nell'autunno del 2005 con uno dei primi telefonini muniti di fotocamere veniva girato un video all'interno di un'aula scolastica durante un'assemblea studentesca. Nel video compariva una delle allieve con il seno nudo. Quei ragazzi avevano sì è no 16 anni e si scambiavano il video da telefonino a telefonino all'insaputa dei genitori, degli insegnanti, di qualcuno che potesse educare loro a un comportamento consapevole e responsabile. Nel 2005 non c'erano le applicazioni di messaggistica come WhatsApp e solo da pochi mesi funzionava YouTube. Oggi la cronaca riporta episodi più brutali e continua a mancare l'azione educativa che è fatta di sorveglianza e a volte di negazioni, di qualcuno che con autorità dica che cosa è giusto e che cosa non è giusto fare (con il telefonino).

Noi quarantenni siamo come gli ultimi esemplari di un modello di automobili ormai superato, perché prodotti poco prima del lancio sul mercato dei nuovi modelli più belli, più comodi, più sicuri, più ecologici.

L'opinione pubblica non si interessa più a noi

Essendo gli ultimi della serie, abbiamo perso l'interesse dell'opinione pubblica. La società ha spostato le sue attenzioni verso i primi della nuova serie, la generazione successiva alla nostra. Secondo me, questo ha anche portato all'allungamento dell'adolescenza in molti quarantenni; quelli, cioè, che per seguire le attenzioni della società si sono adeguati, hanno smesso di crescere e continuano ad essere ragazzi (o ragazze). Ci sono i quarantenni che sfoggiano il nuovo tatuaggio, che frequentano la movida, che giocano alla Play Station e a calcetto, che si ingozzano di serie televisive, che si vestono come i figli o le figlie.

Anche per il principe Carlo l'opinione pubblica ha perso interesse. Il figlio William e la moglie Kate sono molto più interessanti.

Noi quarantenni nella società

Noi quarantenni stentiamo a trovare un ruolo nella società. Siamo troppo vecchi per continuare a essere figli, ma non siamo abbastanza realizzati per mantenere una famiglia. Chi non ha trovato da subito una collocazione lavorativa stabile non può sentirsi arrivato, realizzato, completo, maturo. Per questo si sente colpevole, oppure è colpevolizzato, ed è indotto a seguire programmi di formazione permanente che, essendo permanente, non hanno una conclusione. Gli stessi ordini professionali, per esempio, obbligano gli iscritti a seguire - pagando - corsi di ogni genere per accumulare punteggio e continuare a svolgere la professione, dimostrando di anno in anno di avere i titoli.

Con la scusa della tecnologia anche le persone e non solo le apparecchiature raggiungono presto lo stato di obsolescenza. Per continuare le attività svolte fino al giorno prima sono di volta in volta richieste nuove capacità, nuove tecniche, nuove procedure, nuove parole. Per esempio, i quarantenni con figli hanno rischiato - per qualche tempo - di non essere più la madre e il padre, ma di diventare il genitore uno e il genitore due. Non parliamo delle tante parole straniere usate per far vedere di essere più capaci, più preparati, più aggiornati: manager, premier, call, location, competitor, device ecc.

Tre scenari possibili

A noi quarantenni, mantenendo il paragone del principe Carlo, si propongono almeno tre scenari: diventare re a tarda età; non diventare re e cedere il trono al figlio; la fine della monarchia.

Diventare re a tarda età

Il principe Carlo che diventa re è la soluzione veloce a una condizione di stallo, ma sposta il problema sul figlio. Per noi quarantenni significa trovare conferme e stabilità in ritardo sulla biologia, perché a quarant'anni non si possono fare progetti a lungo termine e, forse, neanche si possono fare progetti. Spesso a quarant'anni bisogna prendere atto di chi siamo diventati e accettare la nostra condizione.

Non diventare re e cedere il trono al figlio

Sarebbe un sacrificio per il principe Carlo cedere il trono direttamente al figlio William. Sarebbe un sacrificio anche per noi quarantenni e non a favore dei figli, ma solo a favore di persone un po' più giovani di noi; a favore delle stesse persone per le quali siamo stati messi in disparte, come gli esemplari di un modello di auto ormai superato.

La fine della monarchia

Probabilmente il Regno Unito continuerà ad essere una monarchia. Per noi quarantenni con la sindrome del principe Carlo la fine della monarchia significa la fine di un modello sociale in cui trovare compimento al nostro destino e l'inizio di un nuovo modello sociale in cui non ci riconosciamo e che non ci riconosce. Questo scenario è descritto bene da Bauman con il termine di società liquida:

una società può essere definita «liquido-moderna» se le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure [1].

La fine della monarchia sarebbe la cura contro la sindrome del principe Carlo: sarebbe come tagliare al testa al toro. Se Carlo non potrà diventare re e se nessuno più potrà diventare re, allora essere principe è già il compimento del proprio destino. Basta prenderne atto. Per noi quarantenni e anche per le generazioni successive significa accettare di vivere in uno stato di incompiutezza e di indeterminazione, proprio perché le nostre azioni non riuscirebbero a consolidarsi, non ci sarebbero più ruoli riconosciuti da ricoprire e, quindi, neanche autorità e regole.

Come uscirne

Isaac Asimov ha scritto la saga Il ciclo delle fondazioni negli anni Cinquanta del secolo scorso. Sono sette romanzi, scritti a più riprese. La saga racconta della caduta di un impero che si estendeva su tutta la galassia; su tutti, un solo governo centrale. Asimov racconta che:

L'umanità aveva dimenticato la possibile esistenza di un'altra forma di governo. Tutti, tranne Hari Seldon [2].

Hari Seldon è il personaggio chiave della storia. Esperto di psciostoria, una scienza che studiava il comportamento umano con equazioni matematiche usata per prevedere l'evolversi dell'umanità, Seldon aveva previsto la caduta dell'impero e i conseguenti 30.000 anni di barbarie a cui la galassia sarebbe andata incontro. La sua soluzione avrebbe, però, ridotto il periodo da 30.000 anni a soli 1.000 anni. La sua soluzione prevedeva la creazione di due colonie scientifiche: le Fondazioni. Le Fondazioni erano due, ma solo di una si conosceva l'esistenza.

C'era una cosa che Seldon non aveva previsto, cioè l'esistenza del Mulo, un essere mutante capace di condizionare le emozioni degli uomini e di controllarne la mente. Il Mulo aveva conquistato gran parte della galassia.

Solo la morte del Mulo avrebbe salvato la Seconda Fondazione e la galassia.

Secondo una mia rilettura della saga, noi quarantenni siamo l'Hari Seldon dei nostri tempi: noi conosciamo il mondo come era prima e abbiamo i mezzi per impedire lo sfacelo della società. L'impero che si estende su tutta la galassia è il mondo globalizzato e il Mulo è il Web, capace di condizionare le emozioni degli uomini e di controllarne la mente.

Noi quarantenni conserviamo ancora nella memoria il ricordo dei valori e delle certezze su cui si realizza una società ordinata. Oggi assistiamo alla perdita di certezze, allo scolorimento dei valori e alla produzione di scarti, di principi che non saranno mai re.

Per uscirne, propongo di non dimenticare i valori e i principi fondamentali che da sempre ci hanno reso qualcosa di diverso dai barbari e che troviamo, per esempio, anche nella Costituzione tra cui il pieno sviluppo della persona umana, la partecipazione alla vita pubblica, la famiglia.

Possiamo cogliere la mancanza di certezze e di valori seguendo le manifestazioni di dissenso dei più giovani, come per esempio ultimamente le Sardine e gli ambientalisti di Greta Thunberg. Dicono chiaramente che cosa non vogliono e rivolgono accuse precise alle generazioni che li hanno preceduti; però, non sappiamo e neanche loro sanno che cosa vogliono e pretendono di preservare lo stato di beatitudine delle creature innocenti.

Potremo guarire dalla sindrome del principe Carlo opponendo certezze alle incertezze, ruoli a interpretazioni, libertà della mente al controllo emozionale e mentale ad opera dei grandi nomi del web, l'autodeterminazione al controllo totale e sovranazionale.

Note

[1] Zygmunt Bauman, Vita liquida, Laterza, Bari, 2008.

[2] Isaac Asimov, Ciclo delle fondazioni, Mondadori, Milano, 2017.

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Dettagli: 06/07/2020 · 139 view

About me

Sono Antonio Picco. Ogni tanto pubblico qualcosa qui, non più tanto spesso, ma mai per caso. Lo faccio dal marzo del 2003.
Da allora, ho mantenuto lo stesso approccio al Web, nonostante gli effetti nocivi che la società ha riversato sulla Rete in modo entusiastico e incontrollato.
Scrivo soprattutto per commentare le dinamiche del Web e dei social network, i discorsi impegnati, gli spot pubblicitari e il desiderio obbligatorio di spettacolarizzazione dell'osceno che deve piacere anche a te, se già piace a tutti gli altri.