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Pubblicità del canone Rai, intervenga il Garante

In tv, l'appuntamento fisso dopo le repliche di Stanlio & Ollio nel periodo natalizio è con gli spot che ci ricordano di pagare il canone Rai, ormai prossimo alla scadenza. Non sono riuscito a trovare il video in Rete (incredibilmente!) ma sono sicuro che non vi sfuggirà; l'immagine seguente è un fotogramma dello spot e l'ho trovato su antenne.blogautore.repubblica.it.

Spot Canone RAI - da repubblica.it

Lo spot mostra uno spaccato di vita reale: i genitori seduti a tavola controllano la posta, mentre i tre bambini guardano i cartoni su un canale tematico Rai; tra la corrispondenza, i genitori trovano il bollettino col canone Rai da pagare e la mamma arrabbiata appallottola la busta. Come in un rito Vudù, il gesto si ripercuote sul televisore che diventa una palla di plastica. I tre bambini le si rivoltano contro, bruciando per la rabbia (guarda l'immagine sopra).

Nell'articolo citato, si dice che lo spot è stato creato da Pierluigi Colantoni, un dipendente della Rai di 38 anni, e non da un'agenzia esterna come accadeva in passato; far fare il lavoro a un dipendente Rai ha fatto risparmiare parecchi soldini. Lo spot, però, a me fa schifo.
Lo spot non mi piace e mi chiedo se non debba intervenire il Garante. Ricordiamoci che la pubblicità deve essere palese, veritiera e corretta (DLgs. 25 gennaio 1992, n. 74 e DLgs. 206/2005).

Innanzi tutto, è la pubblicità di una tassa che è una tassa e non un canone di abbonamento. Essendo una semplice e sporca tassa, non la si paga come corrispettivo di un servizio ma per l'obbligo legato al possesso dell'apparecchio, ai sensi del regio decreto legge 21 febbraio 1938, n. 246:

Chiunque detenga uno o più apparecchi atti o adattabili alla ricezione delle radioaudizioni è obbligato al pagamento del canone di abbonamento

Quindi, non è vero che non pagare il canone equivale a distruggere un servizio pubblico: è una tassa legata al possesso del televisore, a prescindere dal tuo gradimento sui programmi trasmessi dalla Rai. Quando veniva scritto il regio decreto non esisteva il segnale tv criptato, ma oggi sì.

Trovo di cattivo gusto che vengano usati dei bambini per una pubblicità di una tassa; anzi, ricordiamoci che il DLgs. 25 gennaio 1992, n. 74 all'art. 6 considera ingannevole la pubblicità che impiega bambini e adolescenti abusando dei naturali sentimenti degli adulti per i più giovani, come ribadito dal DLgs. 206/2005.
Quale abuso è maggiore del mostrare una mamma che per amore dei figli va a pagare il canone Rai?! Il Garante intervenga subito!

Più volte ci viene ripetuto che il canone Rai sia il più basso tra i canoni previsti negli altri Paesi in Europa. Cosa vuol dire? In Italia tutti sappiamo che i salari sono tra i più bassi in Europa ed è al salario che è tra i più bassi in Europa che va paragonato l'importo del canone Rai. Ricordiamoci che in Italia la benzina è, ad esempio, tra le più care ma perché la scusa del paragone europeo vale solo per adeguare al rialzo le tasse? Anche qui il messaggio è ingannevole, a perer mio. Intervenga il Garante!

Com'è brutto, poi, vedere la tv considerata - anche ufficialmente - come una baby-sitter dai creativi Rai: piazza i bambini davanti alla tv a vedere i cartoni, mentre voi grandi potete stare per conto vostro di là nell'altra stanza. La Rai, a dire il vero, non trasmette più i programmi per bambini come un tempo (ricordate Solletico?) nei tre canali principali Rai1, Rai2 e Rai3 ma solo in canali dedicati. Non so se questo sia un bene, perché non fa mai incontrare nei palinsesti di uno stesso canale i genitori e i figli, ma allunga le distanze lasciando i genitori da una parte e i figli dall'altra.

L'Autorità garante della concorrenza e del mercato può accertare e bloccare - anche su segnalazione - le pubblicità ingannevoli e si può fare on-line.

Dettagli: 28/12/2013 · 2320 view

About me

Sono Antonio Picco. Ogni tanto pubblico qualcosa qui, non più tanto spesso, ma mai per caso. Lo faccio dal marzo del 2003.
Da allora, ho mantenuto lo stesso approccio al Web, nonostante gli effetti nocivi che la società ha riversato sulla Rete in modo entusiastico e incontrollato.
Pubblico delle narrazioni e non delle confessioni, come invece ci chiedono di fare i social network.
Scrivo soprattutto per commentare le dinamiche del Web e dei social network, i discorsi impegnati, gli spot pubblicitari e il desiderio obbligatorio di spettacolarizzazione dell'osceno che deve piacere anche a te, se già piace a tutti gli altri.