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Protto e l'esordio di cattivo busto, con intervista

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Gli improvvisi sviamenti di un cantautore che oltre a scrivere e cantare ha anche un lavoro vero. Tre domande e risposte spiegano meglio Di cattivo busto, l'EP d'esordio.

Protto

Il cantautore e pianista torinese Nicolò Protto si presenta al grande pubblico con il solo cognome. Si diploma al conservatorio di Alessandria con il massimo e dei voti e menzione accademica.

L'altro volto di Protto, cioè quello del matematico, lo porta a lavorare davanti a un computer facendo qualcosa di molto diverso dall'arte e dalla musica.

L'approccio alle cose della vita è lo spunto per esordire con l'EP Di cattivo busto, arrangiato e prodotto da Giovanni Giuvazza Maggiore per l'etichetta Cardio di Torino. L'EP è uscito lo scorso 17 maggio e ho avuto il piacere di ascoltarlo in ateprime e di fare tre domande a Protto.

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Di cattivo busto

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Lo stesso titolo dell'album è un esempio di aprosdóketon, cioè la figura retorica in cui la parola che ci si aspetta è sostituita quasi all'ultimo momento con una parola diversa, che genera l'effetto sorpresa. Guardando il titolo dell'EP, siamo tutti abituati all'espressione di cattivo gusto e quel di cattivo all'inizio ci porta per abitudine ad aspettarci gusto sul finale; invece, Protto ci mette busto al posto di gusto. La rima tra gusto e busto creata con il solo cambio di una lettera aumenta l'effetto sorpresa.

Questo fuggire dall'abitudine, così all'ultimo, è tipico del pensiero di Protto ed emerge dall'ascolto dei cinque brani di Di cattivo busto.

L'impiegato - e anche Protto lavora come impiegato - è abitudinario e programmato per procedure. Protto pensa all'impiegato Fantozzi, anche lui noto solo con il cognome e senza il nome. Tutto questo non piace a Protto.

I brani hanno, comunque, anche altri significati non sempre chiari e da cogliere al volo. Nello stile si rifa a un certo filone di cantautorato degli anni Sessanta, con linee melodiche appena accennate, a volte monotone, e testi densi e lunghi.

Tre domande a Protto

Per capire meglio Di cattivo busto ho chiesto tre domande a Protto.

  • Sei critico verso il lavoro da impiegato. Il lavoro manuale, da operaio, è diverso?

Il lavoro che svolgo e che vivo ogni giorno è di tipo impiegatizio, e le riflessioni che ne sono scaturite riguardano l’unica realtà lavorativa che ho sperimentato sulla mia pelle.

Le canzoni che ho scritto sono solo l’espressione di un disagio individuale, non sociale, nei confronti del mio rapporto con il lavoro e con i rimpianti con cui devo lottare ogni giorno.

Lungi da me quindi dare denotazioni politiche o sociali a testi che non vogliono assurgere a manifesto politico o a verità assoluta: altrimenti scadrei nella casistica dei “Dicci di più” e dei dispenser di massime gratuite che sono le vittime preferite del mio beneamato politicamente scorretto.

  • Monti affermava che il posto fisso era noioso. Anche da precario il lavoro impiegatizio è noioso?

L’unica mia affermazione (e non da presidente del consiglio) è che 5 anni fa quando sono entrato nel mondo del lavoro pensavo che l’indirizzo di carriera che avevo intrapreso mi sarebbe piaciuto, mentre ora il peso del compromesso che ho fatto con il me musicista mi sta lentamente schiacciando.

Nessun riferimento al fatto che il lavoro sia ‘noioso’ (aggettivo che suona infelice e snob) o al precariato che, anzi, è effetto collaterale delle stesse dinamiche di cieco profitto e alienazione dell’individuo che denuncio nelle mie canzoni.

Possiamo cercare dietrologie politiche anche nel libretto d’istruzioni della lavatrice: se vogliamo trovarle compariranno magicamente così da garantirci la nostra buona dose di indignazione giornaliera per poter dormire sonni tranquilli.

  • In una canzone parli di società matriarcale. Per te è ancora troppo patriarcale la società?

La frase è volutamente provocatoria: “vorrei una società matriarcale che alla sera quando va a dormire si lasci cullare da due grosse tette e arrosti di maiale”. La società matriarcale della canzone si basa su triti e ritriti stereotipi maschilisti particolarmente retrogradi: e anche per questo scatta il cartellino del DCD+.

In realtà su molti campi si sono fatti passi in avanti in termini di parità tra sessi (diciamo bilanciamento). Quello che trovo più allarmante semmai è la vanità quasi patologica che ormai coinvolge tutti.

Donne, uomini, cani, gatti, siamo tutti molto egocentrici. I social te lo impongono come un mantra e le home di Facebook, Instagram ma anche Linkedin sono una lunghissima vetrina che scorre per 20000 giga sotto i mari. Al binomio classico di bellezza e bontà si aggiunge il temibile terzo incomodo della reputazione che sta dando alla testa a tutti.

Ecco un altro esempio di aprosdóketon in 20000 giga sotto i mari.

Dettagli: Recensioni · 19/05/2018 · 189 view

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Sono Antonio Picco e mi piace commentare le dinamiche di Twitter e di Facebook, i discorsi impegnati, gli spot pubblicitari, ma parlo anche di musica e tv.
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